la rosa che c'è

Il parco culturale di San Giovanni sorge tra i padiglioni ristrutturati e abbandonati del vecchio manicomio. Tra le facoltà dell’Università di Trieste e il Dipartimento di Salute Mentale, si nascondono paesaggi artistici e imprese di cooperazione sociale. Il giardino di San Giovanni, curato dalla Cooperativa Agricola Monte San Pantaleone, ospita uno dei roseti più importanti d’Europa con cinquemila differenti rose, segni concreti della meraviglia che mantiene viva la memoria terribile della violenza istituzionale. Nel vecchio padiglione dei “tranquilli”, la cooperativa Lister ha inventato una sartoria sociale come spazio di riciclo e rivalorizzazione dove ombrelli rotti e vecchi tessuti trovano altre forme di espressione: rituale della deistituzionalizzazione per ridare dignità a oggetti e soggetti dimenticati. Il parco è un simbolo, di cura e diversità, e allo stesso tempo un luogo materiale di benessere. Un benessere affermato ogni giorno, tenendo insieme culture e generazioni della città, in quello che fu una volta il manicomio, e per affermare un tentativo comune per continuare a trasformare il reale. (continua a leggere)

Nel nostro lavoro di ricerca sulle pratiche artistiche della storia basagliana abbiamo cercato di attraversare la memoria come strumento sperimentale, invece che documentale, per interrogare il presente e dal presente lasciarsi interrogare. Sperimentazione sociale e politica nel momento del pericolo, le istituzioni inventate triestine sono oggi profondamente fragili, quando allo stesso tempo la pandemia segna un piano di vulnerabilità comune, soggettivo e globale rispetto al quale la deviazione basagliana diventa tremendamente attuale. Queste pratiche infatti divergono non solo perché cercano altri modi per prendersi carico delle fragilità di ogni persona nel contesto di vita, ma soprattutto perché provano a mettere in discussione quelle pratiche istituzionali che ogni giorno intrappolano la cura in processi di oggettivazione e negazione singolari e collettivi. Allora questo nostro palinsesto ha provato a comporre un mosaico delle pratiche artistiche protagoniste di questa storia e che possono servirci anche oggi per affermare bisogni e desideri, diritti e strategie nel nostro presente. 

Sono quasi cinquant’anni che questa sperimentazione procede: è qui dove si è denunciato e per la prima volta in Europa definitivamente smantellato il manicomio, a partire dal 1971 e sotto la direzione di Franco Basaglia. A partire da ciò si è poi costituita una particolare ecologia di istituzioni inventate capace di portare le pratiche di cura della salute mentale nello spazio urbano e nella vita quotidiana, affermando la dimensione istituzionale come strumento che sostiene la libertà difficile della vita urbana. Una libertà difficile che non si dimentica delle fragilità dei territori, delle persone, delle intimità. E dunque una pratica di cura che garantisce i diritti, la casa, l’accesso a circuiti reali del lavoro e della produzione cooperativa e che accompagna la complessità degli affetti, oltre a definire meccanismi di appoggio sociale e di salute, alle volte mentale, mescolati alla vita.

Vivere l’istituzione “cercando ogni giorno un pensiero divergente”, un grado di trasgressione, resistendo alla tendenza entropica dell’istituzione che riproduce se stessa, che si dimentica del presente, che si dimentica della città. Franco Rotelli in un’intervista di pochi anni fa con il gruppo Entrar Afuera si domandava come possano le istituzioni pubbliche sostenere questa democratizzazione delle pratiche collettive di cura? Come dissipare il potere istituzionale per dare forza alla capacità che ha la città di curare? “Possiamo davvero immaginare che i cittadini e le cittadine si costituiscano come portatrici del diritto di cura e che questa cura sia una responsabilità della città: una città che cura ognuno dei propri cittadini e che, così facendo, si costituisce come cittadinanza, si costituisce come città”.

Tracciati questi primi tasselli di un mosaico, scoperti i primi segni composti di questo palinsesto di pratiche espressive, le domande di Franco Rotelli tornano centrali e ci pongono di fronte alla necessità di pensare come organizzare questi materiali triestini, tanto istituzionali come personali, in quanto strumenti, strategie, oggetti nel presente. Un presente improvviso, segnato da una situazione di profonda polarizzazione: il cinismo e la paura che si scontrano con la solidarietà della fragilità pandemica: vettori tanatopolitici che si scontrano con la potenza possibile della cura come pratica comune. E poi una configurazione istituzionale che ha vissuto l’attacco strutturale del neoliberalismo e si accompagna oggi a una frammentazione e fragilità sociale inedita.

In queste condizioni, è fondamentale a Trieste ricomporre una strategia comune che sappia affermare una egemonia radicale – tecnica, etica e sociale – nel seno delle istituzioni. E dunque Palinsesto Basagliano, che con questo testo si conclude come progetto di ricerca, diventa immediatamente qualcos’altro: una pratica di ricerca per “fare archivio del comune”, ovvero fare archivio non per proteggere una storia, ma piuttosto per aprire nuovi spazi di autoformazione e ricerca e sperimentare pratiche radicalmente democratiche di cura.

Tre domande ci aiutano a cominciare. La prima: come fare un archivio senza (un) senso? Ovvero come si possono catalogare e organizzare materiali della memoria quando le parole che raccontano queste storie spesso aprono parentesi impreviste, articolano linee di senso troppo singolari per la “normalità” e costituiscono, nella propria forza minore e molteplice, una nuova maggioranza deviante.  Come si possono comporre i frammenti? Cosa si può fare con queste mille traiettorie che mescolano fragilità e desiderio, necessità e possibilità? Diego Porporati, artista dell’immaginario, “a domanda non risponde”, si inalbera e salta di palo in frasca, come Cosimo XXX senza più toccare terra. E allora le sue macchine oziologiche scosse dalla bora, costruite dopo Chernobyl per raccontare il prossimo avvenire nucleare, e per questo oggi più necessarie che mai, sembrano perdersi nel tempo quasi che non fossero mai davvero esistite.

La seconda domanda riguarda dunque come continuare a fare archivio quando nei nostri fondi non esistono “oggetti”. Quando gli oggetti delle pratiche artistiche sono nella loro stragrande maggioranza scomparsi, disfatti dal tempo, riutilizzati in altre avventure, dimenticati perché con loro portavano memoria di troppo ingombranti fragilità.

I Testimoni di Ugo Guarino, costruzioni antropomorfiche realizzate con i mobili del manicomio e unici testimoni di quella vita, sono andati distrutti. Dalle fotografie che sono rimaste sembrano poter ancora parlare. Hanno visto cose che noi non possiamo nemmeno immaginare. Ma nessuno pone loro domande. Eppure mi sembra che la parola degli oggetti perduti possa essere davvero rilevante oggi, quando ci scontriamo con una nuova, microbiologica e pandemica, “politica delle cose” che fa proprio di noi, in quanto trasmettitori di contagio, in quanto agenti involontari, oggetti di politiche di governo e controllo. Ma la politica delle cose non è per forza una politica della passività. Esiste sempre una capacità di essere agenti politici pur essendo storicamente prodotti e dunque governati come oggetti. Sub/alterni, ma mai sub/ordinati, i testimoni seppure muti parlano. E a noi sta il compito di trovare modi perché queste parole scatenino nuove discussioni e nuove energie.

In questa ricerca una terza domanda deve essere affrontata. Nel processo di emancipazione del Laboratorio P, Elisabetta Comuzzo dipingeva scenografie immense, pannelli di colori, composizioni di desiderio e ripetizione. Li costruiva per il matrimonio di alcuni amici camerunensi che a Trieste non trovavano le frequenze in cui riconoscersi o per un allestimento in chiaro scuro di una mostra internazionale a Torino, per poi dedicarsi seduta per giorni a fare striscioline e poi quadretti di ogni pannello, fino a farli sparire come le felicità effimere che i suoi dipinti avevano accompagnato. Come si può allora raccontare la storia di Betta e del Laboratorio P in cui lavorava senza tradire questo senso effimero del tempo? Come si può raccontare la storia di oggetti inondati o bruciati dalle onde del tempo? Credo che si debba rinunciare a essere fedeli a una storia.

Credo che dobbiamo mettere a rischio il “desiderio minoritario” che ci porta a proteggere le nostre storie. Si tratta invece di lasciarle aprire perché possano essere interpellate da domande imprevedibili, da altri linguaggi, da altre vulnerabilità. Perché altri desideri possano interrogare questa memoria in modo inappropriato, fuori dai nostri canoni, lasciando avanzare i gradi di trasgressione. Oltre il nostro piccolo palinsesto si tratta di capire come i laboratori orali, gli oggetti, ma soprattutto le alleanze e le complicità che in questi mesi abbiamo costruito possano giustapporsi e negare ogni storia fissata, lasciarsi appropriare ed espropriare in modi diversi, perché queste memorie possano avere mille destini.

Poche settimane prima dell’inizio della pandemia, il matematico Ferdinando nella trasmissione radiofonica Escuchame della Ditta “Inglobante Universale” poneva a discussione proprio il tema del destino, spiegando come nella sua vita, singolare e dolente, non avesse paura di morire, bensì di vivere senza esistere. Allora un’ultima domanda sorge per continuare questo cammino.

Fare un archivio non serve per far fronte alla paura che la memoria di Trieste “muoia”, travolta dal cinismo che avvolge il nostro quotidiano, dall’istinto di morte della nostra società, perché “vivere senza esistere” non servirebbe poi a molto. La sfida forse è un’altra. Come può un centro di ricerca, in quanto inchiesta critica dell’esperienza, aiutare a far sì che questa storia possa esistere, e non solo sopravvivere, nel nostro presente? Come può un progetto comune farci di nuovo meravigliare e “farci sentire” vivi nel mezzo delle nostre contraddizioni, delle nostre fragilità, dei nostri desideri?